Social media e salute mentale: opportunità, rischi e uso consapevole
- Tommaso Montemurno
- 23 gen
- Tempo di lettura: 4 min
Capita a molti di prendere il telefono “solo per un attimo” e ritrovarsi, qualche minuto dopo, ancora lì a scorrere contenuti. Non sempre per noia, non sempre per interesse reale. A volte è solo un gesto automatico, quasi impercettibile, che riempie uno spazio vuoto della giornata.
I social media fanno ormai parte della nostra quotidianità e sarebbe poco realistico pensare di eliminarli del tutto. Piuttosto, può essere utile fermarsi a osservare che ruolo hanno nella nostra esperienza mentale, soprattutto nei momenti di stanchezza, solitudine o sovraccarico emotivo.
Un gesto semplice che risponde a un bisogno
Scorrere i social non è un comportamento casuale. Spesso risponde a un bisogno preciso: distrarsi, sentirsi meno soli, trovare stimoli quando la mente è affaticata. In questo senso, i social funzionano come una risposta immediata a un disagio leggero ma diffuso, quello che nasce nei momenti di pausa o di incertezza.
Dal punto di vista psicologico, non c’è nulla di “sbagliato” in questo.
Il tempo che passa senza essere sentito
Uno degli aspetti più interessanti dei social riguarda il rapporto con il tempo. Molte persone riferiscono di perdere la percezione dei minuti che scorrono, come se il tempo mentale fosse diverso da quello reale. Questo accade perché l’attenzione viene continuamente catturata da stimoli nuovi, brevi e frammentati.
In queste condizioni, la mente resta occupata ma non realmente appagata. Terminato l’utilizzo, può emergere una sensazione di vuoto o di insoddisfazione, che porta a ripetere il gesto: riaprire l’app, ricominciare a scorrere. Non per scelta consapevole, ma per abitudine. Sul piano clinico, lo scrolling prolungato si associa spesso a una distorsione del tempo soggettivo e a una cattura attentiva sostenuta dalla combinazione di novità, imprevedibilità e rinforzi intermittenti. A livello neurocognitivo, questo pattern è coerente con:
Circuiti di ricompensa dopaminergici: la sequenza di contenuti “variabile” produce reward prediction error (aspettativa–sorpresa) che mantiene elevata la salienza motivazionale del prossimo swipe (logica “ancora uno”).
Reti attentivo-salienti che segnalano rapidamente stimoli “rilevanti”, facilitando l’orientamento automatico.
Controllo top–down prefrontale che, sotto fatica/stress o fine giornata, tende a essere meno efficiente: aumenta il disengagement cost e diventa più difficile interrompere volontariamente il comportamento.
Tempo interno e memoria episodica: quando l’esperienza è frammentata in micro-unità ad alto switching, si codificano meno “marcatori” episodici coerenti; retrospettivamente il tempo risulta compresso (“non ho fatto nulla, ma è passata un’ora”).
In questo assetto, i rischi funzionali più frequenti sono:
Compromissione dell’autoregolazione temporale (time-based self-regulation): slittamento rispetto all’intenzione iniziale, riduzione dell’agency e difficoltà a interrompere in assenza di segnali esterni (es. notifiche/limiti).
Frammentazione attentiva e incremento dello switching cost: potenziamento di micro-cicli attentivi e maggiore costo di transizione tra compiti; peggiora la persistenza su attività a bassa salienza e aumenta l’irrequietezza attentiva.
Sovraccarico informativo e affaticamento esecutivo: accumulo di stimoli non gerarchizzati → fatica decisionale, ridotta pianificazione e più difficoltà a “chiudere” il ciclo (difficoltà di disengage).
Evitamento esperienziale e regolazione emotiva eterodiretta: il feed funziona da down-regulation rapida di noia/tensione/solitudine; nel medio periodo può ridurre tolleranza al disagio e repertorio di strategie alternative.
Consolidamento di un loop stimolo–risposta rinforzato (rinforzo negativo/positivo): sollievo immediato e gratificazione variabile aumentano craving situazionale e automaticità nelle pause successive, mantenendo il pattern.
Quando ciò che aiuta smette di aiutare
Molti comportamenti nascono come tentativi di stare meglio. Anche l’uso dei social, in origine, ha spesso questa funzione. Tuttavia, quando un comportamento viene ripetuto automaticamente, può trasformarsi in un meccanismo che mantiene ciò che vorrebbe risolvere.
Se ogni momento di pausa viene riempito dai social, lo spazio per ascoltare i propri pensieri o le proprie emozioni si riduce. Non perché questi siano pericolosi, ma perché diventano meno familiari. Col tempo, il silenzio può iniziare a fare più paura dello stimolo continuo.

Ritrovare una scelta possibile
Usare i social in modo più consapevole non significa imporsi regole rigide o rinunce drastiche. Significa, piuttosto, riportare una scelta dove si è creata un’abitudine. Chiedersi, anche solo per un attimo: “Perché sto prendendo il telefono proprio ora? Cosa sto cercando?”
A volte la risposta sarà semplice: svago, leggerezza, curiosità. Altre volte potrà emergere stanchezza, bisogno di pausa o di contatto. Riconoscere questo passaggio permette di restituire al gesto un significato, invece di subirlo.
Conclusione
I social media non sono né il problema né la soluzione. Sono strumenti che si inseriscono nella vita mentale delle persone, amplificandone talvolta i bisogni, talvolta le fragilità. Osservare il proprio modo di usarli, senza giudizio, può diventare un’occasione per conoscere meglio se stessi e il proprio rapporto con il tempo, l’attesa e la solitudine.
In fondo, non si tratta di smettere di scorrere, ma di accorgersi quando lo si fa.
Fonti
Nardone, G., & Watzlawick, P. (1990). L’arte del cambiamento. Manuale di terapia strategica e ipnotica. Ponte alle Grazie.
Nardone, G. (2013). Psicotrappole. Le illusioni che rendono infelici. Ponte alle Grazie.
Foulkes, S. H. (1975). Group Analytic Psychotherapy. Gordon and Breach.
Twenge, J. M. (2017). iGen: Why Today’s Super-Connected Kids Are Growing Up Less Rebellious, More Tolerant, Less Happy. Atria Books.




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